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Mi sono imbattuta, qualche giorno fa, in un articolo piuttosto categorico sul tema “mollo tutto e me ne vado in giro per il mondo”.

Tema che, peraltro, ho affrontato in prima persona, solo pochi anni fa, e che l’autore definiva come troppo poco idoneo/in linea con la realtà lavorativa italiana. Che, come ben sappiamo, è da sempre immobile, poco flessibile, in stato di coma – “aiuto, aiuto … onde alte: affogo”.

Nonostante io sia una persona tendenzialmente molto diffidente ed estremamente poco avvezza al mantra del tutto-bello-e-facile, ho trovato comunque il tono del post estremamente/inutilmente duro.

Un po’ sulla scia del noiosissimo mantra post-guerra – “ah il lavoro in Italia è sacro e non si tocca”.

In generale non mi piace classificare, etichettare, definire e differenziare il bello dal brutto o, come in questo caso, il giusto dallo sbagliato. Che poi, che diritto avrei di farlo?

Credo che ognuno abbia il sacrosanto dovere (più che diritto) di vivere la propria vita nel migliore dei modi possibili. Scegliendo le strade che più lo rendono felice. Anche se difficili, impervie e poco battute.

C’è chi decide di lavorare 15 ore al giorno per anni, credendo fermamente che la realizzazione personale passi principalmente per quella professionale.

C’è chi odia i full time job, perche’ ritiene che la vita sia un meraviglioso mix di tante cose.

C’è chi oltre ad essere un professionista validissimo è anche un amico, un compagno e un padre meraviglioso e – come tale agisce e sceglie.

C’è chi per la speranza di una vita migliore sale su barconi fatiscenti perché – tanto – non ha nulla da perdere.

C’è chi invece ha tanto paura di rischiare, perchè la posta in palio è troppo alta.

Ognuno ha la sua storia. 

Tante battaglie da combattere.

Una sola vita da vivere.

Non ho mai avuto il mito della carriera. E già da qualche anno ho smesso di esaltare l’inflazionatissimo modello del “voglio vivere col sole in fronte”.

Credo nel lavoro sodo, esattamente come credo negli immensi sogni.

Perchè le verità assolute semplicemente non esistono. Esistono piuttosto i punti di vista, che passano principalmente per le aspirazioni e le possibilità personali.

Credo che ogni scelta debba mediare il cuore e la mente.

Perché è solo quando uno dei due fattori prevalica l’altro … che – cavoli – Huston abbiamo un serio, serissimo problema!

Al dirigente – impiegato – parrucchiere – consulente IT –  medico iper-specializzato – fruttivendolo … che spende gran parte del suo tempo a lavorare, magari impinguinato sotto la luce del neon o svegliandosi ogni mattina alle 5… e che sogna una via di fuga per qualche mese, per un anno o anche soltanto per il tempo di un week end, non mi sentirei di dire “oh ma che ti fai passare per la testa”?

Gli sussurrerei, forse, di seguire le proprie vocazioni e – nel caso – di fare un passo indietro. Perché grandi sogni, a volte, richiedono grandi e coraggiosi slanci.

Gli direi di prendersi del tempo, se effettivamente è quello di cui ha bisogno. Anche se questo volesse dire salutare temporaneamente un lavoro a tempo indeterminato.

Non credo minimamente nelle vite lineari. Le esistenze basate sul nasco-studio-lavoro-mi realizzo – sforno un figlio… NON ESISTONO VERAMENTE PIU’. Facciamocene una ragione. Perchè pare se ne siano accorti tutti, ad eccezione di noi.

Credo a pochi, pochissimi “LOVE-FOREVER”. E tra questi non mi sentirei di inserirei lo stipendio fisso, non perchè non mi piacerebbe ma perchè non credo esista più per la vita. Soprattutto in questo specifico periodo storico.

Credo però nella mission&passion, concetti meravigliosi quanto rari, soprattutto nelle organizzazioni nostrane. Dove spesso il bene collettivo passa in secondo piano, in nome di altri tipi di interesse.

Sarebbe bello un mondo basato su “valori sociali” piuttosto che sul profitto a tutti costi. Ma sfortunatamente non esiste più.

La domanda che mi porrei (e che mi sono posta a suo tempo), di fronte all’atroce dubbio, è quindi: “Quanto vale il mio tempo?” e “Cosa sono disposto a perdere per disporne totalmente almeno per un po’?”

Ho conosciuto purtroppo molte persone che dopo aver dedicato la loro intera vita a capi very demanding, a multinazionali blasonate e alla propria carriera – sacrificando TUTTO e vivendo il falso mito del “da solo/a posso e devo farcela” – si sono poi ritrovati un giorno a dover fare i conti con la più grande delle delusioni. Un enorme vuoto cosmico. Quello delle aziende che spesso – con il pretesto della crisi – effettuano tagli del personale. E tagliano TE. Così, senza troppi giri di parole. Senza se, senza ma.

Come se improvvisamente fossi quella “cosa” inutile di cui disfarsi.

Non deve essere bello guardare, senza poter far nulla, il proprio mondo che si sgretola lentamente. Portandosi via speranze, impegno, sacrifici e rinunce – appunto!

Quando sarò anziana, i miei più grandi rimpianti non saranno legati agli sbagli compiuti, quanto piuttosto al non aver seguito – per paura o per falsi miti – i miei sogni più profondi. Al non aver avuto il coraggio di vivere la mia vita pienamente.

Ed è per questo che l’unico consiglio che mi sentirei di dare a chiunque si trovi innanzi al più difficile dei bivi, è quello di inseguire a tutti i costi la propria strada. Le proprie passioni ed esigenze.

Che sia da casalinga, da mamma, da viaggiatrice, da nomade digitale, da modella slim, da vegana, da arrampicatrice, da fashion blogger, da dirigente, da consulente imbruttito. Il COSA importa veramente poco.

Perché non c’è nulla di più soddisfacente e intenso del guardarsi allo specchio, RICONOSCENDOSI.