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Ci sono voluti 5 giorni di cammino, una continua alternanza tra salite e discese, umore alto e una continua auto motivazione per non lasciarsi andare alla stanchezza. Tante risate e qualche discreto rodimento per le gambe che – delle volte – sembravano abbandonarti. Tante persone, forte concentrazione e buon cibo. Una grande dose di tenacia e calici di vino rosso galiziano.
C’è voluto carattere, un pizzico di auto-ironia, capacità di astrazione e fiumi di buon umore.
Ed è così che, alla fine, tra una salita e una discesa, una birra del pellegrino e una spremuta, abbiamo raggiunto la nostra metà: Santiago de Compostela. Tra la commozione e l’emozione di avercela fatta anche noi, così come i tanti pellegrini che ci hanno preceduto nei mille anni di storia precedente, quando le condizioni al contorno non erano certamente quelle di oggi. Mi sono chiesta tante volte quanto duro potesse essere stato calpestare quella stessa terra 500 anni fa.
Nell’ultimo tratto di strada che porta al santuario, ho letto che “l’Europa è stata costruita dalle persone che l’attraversavano per raggiungere Santiago”, o qualcosa del genere. E ho trovato bellissimo il concetto che, gente diversa per cultura e provenienza, camminando insieme per raggiungere lo stesso luogo, abbia dato vita – senza neppure accorgersene e sacrificando delle volte la propria vita – ad un progetto di valore quale “l’unione delle genti”.
Vado avanti sulla mia strada, con gambe più doloranti e animo più leggero. E soprattutto mi godo l’euforico sentimento di essere qui, ora e con la persona con cui ho scelto di camminare per la vita.
Raggiungere Santiago è come raccogliere il primo frutto da un albero che si è curato per tanto tempo. Un atto tangibile, toccabile. Un punto di partenza, più che uno di arrivo.
Buona strada.
To me, it’s time for relax.