A pensarci bene, sono pochi altri gli aggettivi in cui mi ritrovo così tanto. Pellegrina, nel corpo e soprattutto nella mente.

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Incontri gente di tutti i tipi lungo il cammino. La impari a conoscerle anche senza parlarci. Si impara moltissimo, in effetti, ascoltando con attenzione chi ci passa accanto.
Ci sono una mamma con la figlia ventenne, credo emiliane.
Due signore spagnole di una certa età, che applicano con integrità il motto di “chi va sano va piano e va lontano”. Che quando le osservi camminare pensi che “NO”, con quell’andare non arriveranno mai. Se non poi vederle spuntare: con il ritmo lento di chi passeggia e vince.
Un giovane milanese imbruttito e anche discretamente logorroico, che attacca bottone con chiunque. Ormai so tutto di lui e di quanto si dichiari sfacciatamente  “fortunato”. Non ho ancora ben capito se lo adoro – perché è un genio – o se mi sta terribilmente sulla bocca dello stomaco.
Ci sono poi i fanatici integralisti, che camminano da settimane facendo tappe da 50km, e quelli che – invece – approfittano di tutte le soste possibili, trasformando il cammino in una esperienza, oltre che interiore, anche godereccia e di interazione sociale.
Come la metti metti, ad ogni modo, la strada che ti porta verso Santiago, tra colline, boschi e antichi paesini della Galizia, è un percorso ad ostacoli che ti toglie sudore e ti regala “pienezza”. Quella di fare qualcosa di concreto e tangibile. Qualcosa da ricordare, da raccontare e di cui essere profondamente fiero.
Mentre si cammina ci si scontra continuamente con i propri limiti che, spesso, più che fisici sono mentali. La tappa di ieri ad esempio – quella che da Palas de Rei porta ad Arzua – è stata per me difficilissima. 30 km di salite infinite, cielo grigio e qualche attimo di pioggia. Quanto – pensando di essere quasi arrivata a destinazione- mi è stato comunicato che – in realtà- mancavano ancora 5km … Per un attimo ho creduto davvero di non farcela. Ed a cedere, in quel caso, non erano di certo le mie gambe.
Oggi, alla piscina municipale di O Pedrouzo, abbiamo conosciuto un uomo di mezza età – peraltro ex atleta – di Monza. Viaggia da solo ormai da Luglio. E ha cominciato il suo cammino sui Pirenei, perché un mese prima era stato lasciato dalla propria compagna. Sentiva di aver perso tutto ed è andato via.
Che grandi imprese siamo capaci di compiere noi uomini quando capiamo di non aver nulla da perdere. Lui, di cui non conosco neppure il nome, aveva un volto a metà tra la sofferenza e la liberazione da una situazione che non deve essere stata ne bella, ne facile. I suoi occhi trasudavano nuovi progetti, costruiti passo dopo passo sulla strada. Per ricominciare a vivere, ad essere se stesso. La persona cioè in cui riconoscersi.
Lungo la strada verso Santiago c’è una finestra sul mondo. Spaccati di vita raccontati da dettagli. Scarpe lasciate lungo la via, messaggi di amore, di speranza e di estrema disperazione.
Oggi su una pietra, ho letto il pensiero di una bambina: “riposa in pace maestra Anna”.
Continuando, mi sono poi soffermata sulla lapide dedicata ad una donna: “morta a Santiago de Compostela durante la notte, dopo aver completato per la seconda volta il suo cammino”.
Non so cosa accada di preciso, ma sulla strada sterrata per Santiago si celano emozioni e commozione. Di quella che difficilmente si spiega a parole.
È il guardare in faccia i propri limiti, attraverso il peso della fatica.
È l’accettare che siamo infinitamente fragili.
È il capire che, per quanto forti e determinati, da soli non possiamo farcela.
È la conferma che chi urla e impronta la propria vita sull’attacco, lo fa in realtà per una inconscia difesa delle proprie debolezze.
A 20km dalla meta, ancora una volta, più che aver acquisito “risposte”, ho collezionato “domande” irrisolte.
Buona notte e buon cammino, ovunque voi siate. Ovunque la vostra strada sia diretta.