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Il punto vero è decidere.

Scegliere di essere o meno felici. Fare della propria integrità personale uno stile di vita, nonostante tutto. Farci scivolare di dosso quanto mina la consapevolezza di noi.

E’ un po’ che ci penso.

Non si tratta solo di mera circostanza, trovarsi in un posto o appartenere ad un incasellamento sociale piuttosto che ad un altro, quanto di una scelta sensata e consapevole che va al di là delle contingenze, delle incertezze sul futuro e di quelle ambizioni, le nostre, che spesso cozzano con la dura realtà dei fatti. Come il paese immobile in cui viviamo, le persone che ci circondano, le etichette che ci vengono spesso appiccicate addosso, come delle camice di forza. Così bianche e così impersonali.

Solo poco tempo fa mi è capitato, ad esempio, di sentire parlare di quel concetto, che consideravo ormai abbastanza desueto e che – diciamolo – fa molto liceo primi anni ‘90, che è l’“attitudine”.

Ma che, esiste davvero?

Ci ho riflettuto. E, sebbene ci abbia provato, continuo a non considerarla un valore.

Credo invece nella volontà, come motore della vita,

e negli stimoli esterni, il trigger di curiosità e entusiasmo.

Quando in piena adolescenza, a scuola, mi veniva detto “Ah tu sei PORTATA (che brutto suono tra l’altro…) per la matematica” a me veniva sempre molto da ridere. Perché sapevo benissimo che io la matematica mi limitavo a studiarla seriamente. Il fatto che mi piacesse pure, era pura casualità. Riuscivo molto bene anche in Filosofia, per dire, che invece detestavo (vi prego NON riferitelo alla mia amata Prof. che invece adoravo: lei era bravissima davvero…).

Ho accettato con serenità, nel tempo, quei postit che la società appiccica in fronte a chiunque per giustificare comportamenti e modi di essere. Credo che infatti le etichette, oltre che per legittimare o – talvolta– delegittimare, vengano utilizzate soprattutto come strumento per dare un “peso” alle responsabilità. Quelle del contesto sociale, intendo.

Come se un genitore giustificasse improvvisamente le proprie lacune educative dicendo al proprio figlio: “Non sei una persona per bene e io non ho potuto fare nulla per cambiare le cose…”.

Troppo facile. Troppo illogico.

Assolutamente insopportabile/inaccetabile.

Se avessi una sorella più piccola proverei ad insegnarle la meraviglia dell’imprevedibile. A non seguire sempre e comunque gli altrui di schemi o di modelli. Ma di costruire nuove strade. Diverse. Facendolo assieme a chi la circonda, a chi per lei conta veramente. Impegnandosi a costruire, in prima persona, una comunità di IDEE. PENSIERI. AZIONI.

Provando a lasciare il mondo “migliore di come l’ha trovato”.

C’è una canzone, che soli in pochi tra voi conosceranno, che dice “Sai da soli non si può fare tutto, sai aspetto solo te…”. Che grande verità.  Perchè benchè abbiano provato in mille modi a propinarcelo, l’individualismo ha fallito completamente nei suoi intenti.

Alla mia sorellina, direi di ricercare la propria felicità sempre, anche se nascosta tra le pieghe del pregiudizio sociale. Perché la vera bellezza di questo mondo è che non concepisce solo le estremità, ma le infinite sfumature che si nascondono in mezzo e vengono, delle volte, completamente ignorate.

Le direi di vestirsi di rosa e indossare cerchietti di margherite, se è quello che la fa felice. Anche se fosse una manager in carriera, in Canary Wharf. Che lo stereotipo della donna amazzone, diciamo la verità, si è un pò infranto nella immensa/indescrivibile solitudine e insoddisfazione di chi – nel tempo – ha provato ad applicarlo, rinunciando spesso alla felicità delle cose semplici e autentiche.

Se avessi una sorella minore, le consiglierei di stare in ascolto più che parlare sempre. Di osservare, più che descrivere. Di osare, anche se tutti attorno dicessero “E’ impossibile”. Ma di farlo con grazia ed eleganza sottile.

Di provare ad esercitare la propria intelligenza, più che ostentarla a tutti i costi.

Le direi di non vergognarsi di essere una principessa. Perché le eroine di oggi  non lottano la dis-cultura con la forza dell’arroganza, ma col potere delle idee forti. Quelle che si vedono anche se non si proclamano.

Proverei ad insegnarle il coraggio dietro un “sai, ho paura”, e la presa di responsabilità di un “ho sbagliato”. Si tende troppo spesso a minimizzare i propri errori, non so se l’avete notato anche voi.

E che grande sconfitta non riuscire ad apprezzare il “potere” di arrivare secondi…

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Mi impegno giornalmente per realizzare il mio sogno più grande: viaggiare per il mondo. E più esploro, più vedo posti nuovi, più persone incrocio sul mio cammino e più mi chiedo se lo schema sociale in cui la mia vita si esprime, così come quella della maggior parte delle persone che conosco, sia davvero il più giusto. Il più sensato. Il più vincente, su una pianificazione a lungo termine.

E’ l’ossimoro del viaggiatore.

Facile da individuare. Duro da gestire.

Sono certa l’abbiate incrociato anche voi, sulla vostra strada.