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E’ strano come alcune persone sembrano dirci a bassa voce “Ti prego, resta ancora un pò”, anche se tu eri solo di passaggio.

C’è chi entra nella nostra vita in punta di piedi, la attraversa e poi va via per la sua strada.

C’è chi andando, lascia dietro di sé la scia buona del proprio odore che sembra indelebile, anche se la vita ci dirà – in seguito – che non lo era affatto.

E poi c’è chi silenziosamente comincia a camminare accanto noi.

Che quando ti soffermi per un istante a guardare l’ora, ti accorgi che i minuti hanno lasciato il passo alle ore. Le ore ai giorni. E i giorni ad anni veloci, irresistibili e intensi di novità.

Non è mai soltanto la bellezza.

Nè i mille interessi apparentemente comuni. Non sono neppure le idee condivise. O le mille cose che sembra doversi dire a tutti i costi.

E’ lo stare bene in silenzio.

E’ il saper guardare nella stessa direzione, ma da punti di vista estremamente diversi.

E’ quell’automatico interscambio di luce-ombra. Di sorriso e dura verità. Di abbracci e lealtà. Di sincronia e indipendenza.

E’ il continuo sognare insieme. Cose impossibili. Cose improbabili. Cose emozionanti. Cose che sembrano irrealizzabili.

E’ il sostenersi reciprocamente, tutte le volte che ci si sta per mettere in gioco in imprese impossibili, in cose che non ci piacciono o che non vorremmo fino in fondo.

 Quanto ti ho visto per la prima volta eri UNO,

all’interno di un grigio gruppo di TANTI.

Di te conoscevo poco, forse nulla. Se non del tuo amore estremo per lo sport, che sembravi mostrare abilmente in un completo bianco e aderente da calcetto, in una fredda giornata d’inverno.

Mi incuriosiva di te quel tuo modo di sfiorare un ciuffo di capelli tutte le volte che provavi a concentrarti.

Mi piacevano le tue mani sul manubrio del motorino, la sera quando rientravamo a casa.

Ricordo di averti trovato molto buffo, nella tua estrema e incomprensibile precisione. Avvincente, nei tuoi improbabili racconti. Tenero e insopportabile insieme, nei tuoi eccessi di zelo.

Sempre progressista, nelle tue idee un po’ cashmere e martello.

C’era qualcosa in quel tuo sguardo che mi impediva di spostare l’attenzione su qualcos’altro.

Che mi faceva essere curiosa. Interessata. Felice senza motivo.

Desideravo sepere chi fossi. Qual’era la tua colazione preferita. Quale il nome della tua bis-nonna.

Ricordo le sere interminabili di un luglio caldo, quando d’estate non pioveva. Quando la città era vuota e silenziosa. E i nostri pensieri fitti, sembravano diventare solidi anche senza bisogno di parole. Ricordo il confort di quell’aria calda in faccia sul motorino di notte. Quando Roma si trasforma in un presepe di luci indescrivibile.

Ricordo le note dolci e raffinate di Einaudi, avvolgere noi e le rovine illuminate di Villa D’Este.

Ricordo il “cin” dei nostri bicchieri che brindano la prima volta. E la spensieratezza di un sentimento che nasceva. Osservato, taciuto e rispettato dalla collina del Gianicolo.

Il nostro colle.

Ricordo la naturalezza delle nostre mani che si sfiorano per la prima volta e l’ebbrezza dell’amore che nasce.

L’unica cosa per cui vale veramente la pena di vivere.