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Personalmente ho un tempo e un metodo di elaborazione degli eventi – come dire – piuttosto discutibile.

Guardo alle cose che mi succedono, a prescindere dalla loro entità e dal quid della faccenda, con lo stesso identico atteggiamento diffidente e vigile.

  • Prendo la botta in pieno. Me la porto a casa con estrema dignità. Mi sforzo di capirla, spulciando le cause e le logiche che stanno dietro. Che benché se ne dica: sono un fottutissimo ingegnere. Che ne conosco veramente pochi più fastidiosi di me.
  • Provo a rielaborare e razionalizzare il tutto. A trarne, se presenti, eventuali conseguenze.
  • Provo a capire le reazioni più idonee. Che non invadano le altrui vicende.

Teoricamente questo modello va anche molto bene.

Ma nella realtà vacilla.

Perché a volte mi capita, improvvisamente, di sentirmi come su un ramo morto che sembra stia per staccarsi in un vuoto cosmico e letale.

Dal momento in cui ho avuto piena coscienza del mio essere una donna nel mondo, ho sempre provato – nel limite delle mie possibilità – a fare le cose fatte bene. A essere onesta. A gestire le mie libertà nel pieno rispetto di quelle altrui.

Ma pare che non sia sufficiente. Anzi, vi dirò di più, l’essere una “brava persona” – delle volte – viene scambiata come una debolezza. Non come un pregio di cui essere fieri.

Questa società del cavolo sembra urlare di continuo un orrendo NO-CINISMO-NO-URLA-NO-AGGRESSIVITA’-SO-NO-PARTY.

Pare che nulla sia mai abbastanza. E chi non si allinea completamente alla danza sembra vivere in una perenne auto-eliminazione.

Delusione? Forse SI.

E’ che sempre più spesso sento prepotentemente questo paese (bellissimo) poco adatto a me. Alle mie esigenze. Al mio modo di essere e di mandare avanti la mia vita.

E’ un momento molto difficile.

Uno di quei momenti in cui, una malefica congiuntura astrale, mi impedisce di farmi scivolare via quello che mi piove addosso. In cui proprio non riesco, mio malgrado, ad applicare quella fantastica filosofia #sticazzi che ho tanto decantato.

Odio i mezzi pubblici che non funzionano manco per il cavolo. La spazzatura che non viene raccolta. La maleducazione in giro.

Che “fija levate che m’occupi spazio vitale” sussurrato in tram, cavolo, non mi fa più ridere!

Le persone che modificano le proprie idee e bandiere alla stessa velocità di come cambia il vento.

La mentalità dei giovani che – anche quella – porca trota sembra andare a rilento. Dov’è finita la voglia di sperimentare? La curiosità del diverso?

Qui si prendono ancora in giro le persone per la camicia che indossano. Nel 2014. Mentre il mondo corre lontano, applicando nuovi paradigmi e stili di vita.

Io ci ho provato. Anzi ci provo tutt’ora giornalmente. A seguire un ritmo che delle volte mi sembra stonato. Cacofonico. Obsoleto.

Ad adeguarmi alle cose che mi passano accanto. E che continuo ad osservare senza pregiudizi. E che – ANCORA – provo anche a giustificarle. SBAGLIANDO forse.

Ma a due giorni dalla firma di un contratto per l’affitto di una casa, tremo. Perché non so se me la sento di appiccicare il mio nome su quelle quattro carte che, nella mia testa, mi legherebbero a qualcosa che – giuro – non so più se voglio.

That’s the point.

That’s the issue.

Faccetta che sorride non c’è più e non so se mai tornerà.

Questo è l’ennesimo effetto DELUSIONE su una giovane di 32 anni qualsiasi. Una persona che dovrebbe rappresentare un potenziale, che dovrebbe essere il futuro per il suo paese.

All’estero mi sento sempre molto adulta. Qui continuo ad essere una giovane promettente – ma senza reali prospettive future.

Vi torna?

E sappiate che mi sono anche un po’ rotta della storia del “eh ma sei fortunata!”

Fortunata di che? Di essermi on my own mantenuta agli studi (attraverso lavori sottopagati di merda e borse di studio)? O di aver fatto la gavetta in luoghi blasonati dove l’umanità e il rispetto per l’individuo venivano puntualmente venduti alla mercè del migliore offerente?

L’elaborazione, a volte, è dura e genera rabbia.

Ma e’ veramente possibile che nessuno voglia investire su una, due, tre generazioni intere?

Quel “perché” – che faticosamente avevo provato a ritrovare a dicembre scorso tra lacrime e indecisioni – lo stesso che l’11 dicembre 2013 mi ha messo su un aereo da New Delhi a Roma – ecco non so più che fine abbia fatto. E ho seriamente paura. Paura di non sapere più perché dovrei restare qui.

Aiutatemi perché, veramente, credo di non saperlo più!