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Quel dire velato  che non scende mai troppo nel dettaglio. Che non parla mai chiaramente.
Quell’accennare che non diventa mai troppo diretto ed esplicito.

Quello spropositato utilizzo dell’IO, contrapposto ad un TU da minimizzare.
Quel dire quasi sottovoce, che non incontra mai gli occhi di chi sta li’, davanti.
Quel sorridere leggero che e’ il preludio di un giudizio pesante mai espresso e, spesso, estremamente superficiale. Basato su quel che appere, piu’ che sulla ricerca di quel che veramente e’.

Quelle palole pungenti buttate li apparentemente per caso, come a farle fuggire via da un guazzabuglio grande di opinioni stratificate nel tempo.
Quegli sguardi che trasudano l’idiozia di verita’ assolute.

32 anni e una grande consapevolezza acquisita.
Che la sublime e vile arte dell’insinuare e’ la forma piu’ sottile di screditamento.

E’ come quella bugia che, reiterata nel tempo, diventa verita’.
Ma anche la piu’ estrema espressione di insicurezza, di solitudine, di frustrazione e, talvolta, di invidia latente.
Non certo di chi e’ costretto a subirla.
Quanto di chi la esercita con disinvoltura.

Che se tutti imparassimo a valutare NOI stessi, con la stessa severita’ con cui di solito giudichiamo gli altri, chissa’ che questo mondo non sarebbe un tantino piu’ equilibrato e oggettivo.

Fose addirittura migliore.

La sublime arte dell’insinuare e’ espressione di chi, osservando la foto in copertina,  direbbe “no sai, io non me ne intendo di cuori gialli”.

Che, se vogliamo, miei cari lettori e’ un po’ come focalizzasi sull’indice piuttosto che sulla luna in background.

Non vi pare?

Buonanotte 🙂