bibidi

(Calabria, Agosto 2014)

Quest’anno signori mi sono portata avanti con il lavoro.

E invece di dare il via al nuovo anno facendo la minuziosa (quanto inutile) lista dei “maledettissimi-buoni-propositi” (si chiamano così vero?), ho deciso di ignorarli. Evitandomi – quindi – quel fastidioso (quanto ridicolo) step successivo del non rispettarli!

Continuerò quindi a mangiare nutella, gelato e patatine. Ad andare a letto tardi. A non iscrivermi in palestra. Ergo, a non avere addominali scolpiti.

Quest’è!

In compenso venerdì ho portato nel mio nido il “nemico”: ovvero il mio pc.

Non è una cosa che faccio tutti i giorni. Accade solo in quei momenti “topici”. Quelli in cui sento che sta arrivando il momento di fare qualcosa di veramente importante, non per gli altri, ma principalmente per me stessa.

Che a cadere nel pericoloso tranello del “lavoro quindi sono”, soprattutto se si è donna, se non si hanno figli e se si vive con famiglia e amore a distanza, è semplicissimo. Ci vuole un attimo eh.

Accade infatti che il mantra del “non dobbiamo sbagliare MAI” (AKA – dobbiamo dimostrare alla società che “oltre le gambe c’è di più” e che anche se siamo femmine siamo cazzutissime. Oh yeah!) unita alla quasi totale mancanza di impegni extra-lavorativi (a meno di uscite serali con amici che, appunto, non rientrano nel mio concetto di “impegno”- quanto di sfascio alimentare) ti porta inevitabilmente a concentrarti solo sulla te stessa impiegata. Che se solo ci penso, aiuto sopprimetemi, che c’ho i brividi.

Un giorno, un mio capo, in maniera estremamente intelligente, mi chiese se il mio essere un pò – come dire – “accondiscendente” in ambiente lavorativo dipendesse, forse, dal fatto di non volermi esporre troppo, visto che – evidentemente – nella mia daily life sono molto assertiva. Pur avendo negato al momento, è chiaro che avesse evidentemente ragione. Credo sia una questione di priorità.

E’ che io appartengo a quell’ormai numerosissimo gruppo di umani (molto trentenni, molto disillusi, molto che sanno riconoscere al volo le “tremendous opportunity”, molto che si sono visti sbattuti in faccia gli effetti di crisi economica/valori) che hanno detto – per scelta – un fermo NO al fenomeno “invasato on the road”.

E più mi guardo intorno, più mi rendo conto di quanto, a volte ben celata dietro la maschera del chi voglio apparire (più del chi sono veramente), questa voglia di ribadire il proprio IO nel mondo urli disperata.

Stando lì, a volte, sapientemente nascosta e inascoltata dietro quel concetto tutto italiano che è “la gratitudine all’impiego”.

Una roba (che assomiglia tanto ad un limite) che noi italiani ci portiamo dietro, nostro malgrado, come retaggio culturale del dopo-guerra. Anche se tutti sappiamo che, in realtà, l’avere un lavoro più che un continuo “Grazie signore grazie”,

dovrebbe avvicinarsi ad un “figo, vediamo cosa riesco a fare a limite cambio… e comunque mi godo la vita”

Amici trentenni la verità è che siamo nati nell’epoca sbagliata. 🙂

In una recente intervista a Repubblica per i suoi 70 anni, l’alpinista Messner dice di come l’alpinismo della sua generazione, quello della scoperta e dei nuovi e inesplorati sentieri, sia praticamente fallito. E di come, oggi, ogni vetta sia disponibile a chiunque grazie a percorsi preconfezionati. Ragion per cui, ad esempio, anche l’Himalaya è invaso da orde di turisti in viaggio organizzato.

“Le montagne sono state tutte conquistate.”

Ovvero, nessuno cha più bisogno di fare proprie quelle che – un tempo – erano cime irraggiungibili. Perchè qualcun altro l’ha già fatto al nostro posto.

Che tradotto, significa “irrimediabile appiattimento culturale totale”.

Che sia un problema di curiosità? E’ interessante vedere come, in fondo, le tematiche relative a sport estremi ed esplorazione abbiano poi così tanto a che fare con la vita. Non trovate?

Messner conclude, infatti, il suo discorso aggiungendo che i giovani oggi si trovano di fronte ad un mondo chiuso, sovraffolato dove la possibilità di esprimersi è molto poca. Limitata.

Mi ci sono ritrovata moltissimo.

Nell’ultimo anno e mezzo ho provato a fare un lavoro grandissimo su me stessa. Imparando, per esempio, ad ascoltare la vocina che mi parla dento – o meglio – a mandare a cagare chi prova a calpestarmi i piedi non a suon di urla, ma con il sorriso sulle labbra. Senza proferire parola. Con il solo potere liberatorio del silenzio. Thanks India for that.

Ho passato più tempo ad ascoltare gli altri, meno a fare la logorroica. A mettere al primo posto non solo le mie di esigenze, ma soprattutto quelle di chi mi sta vicino.

Ma la vera sfida, quella giornalierà, è sempre quella di non permettere alla routine, allo stress o agli impegni di farmi perdere di vista chi sono. Qual’è la mia storia e i miei valori. Chi voglio essere. Chi sono le persone che amo frequentare. Quali sono i miei sogni.

Ho deciso quindi di iniziare anche io a giocare. 

Si, avete capito bene, a G I O C A R E.

Il pretesto è stato un libro: “Per dieci minuti”. Della giovanissima Chiara Gamberale, una scrittrice italiana molto brava ed originale che ho conosciuto grazie alla mia amica/collega C.

“Le va di fare un gioco?”

“Quale?”

“Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto. Una qualunque. Basta che non l’abbia mai fatta.”

“E poi, dottoressa, alla fine che succede? Avrò indietro la mia vita?”

“Ne riparliamo fra un mese, Chiara. Intanto giochi, s’impegni e non bari, mi raccomando.”   

Ritornare a Roma questa volta non è stato facile per niente. Non so perchè. Ma sentivo forte l’incombenza di dover sottoporre a violenza fisica le quattro membra che mi ritrovo, costringendole ad aria chiusa (con luce di neon annessa, anche se fuori c’è il sole) per almeno 10 ore al giorno.

Ma che fare amici? That’s life. E la vita, appunto, va alimentata. Anche e soprattutto con la fatica.

Così, il solo obiettivo che mi do in questo settembre che profuma ancora d’estate è sempicemente “SPERIMENTARE”. Provare a fare TUTTI I SANTI GIORNI – da qui fino alla vigilia di Natale qualcosa che non ho mai fatto.

E voi invece?

Buona domenica a tutti!

Antonia