Mi piace pensare che le persone che viaggiano non lo facciano soltanto per spostare le loro membra da un paese all’altro. Ma per vedere, toccare e mangiare cose nuove.

Per specchiarsi negli occhi delle persone che incontrano.

Per illuminarsi di luci brillanti e calde.

Per abbracciare atmosfere autentiche e introvabili altrove.

Mi piace pensare che la gente che viaggia sia tante cose, ma soprattutto “CURIOSITA’, APERTURA e VIVACITA’ INTELLETTUALE”.  Che sia animata da quella incontenibile spinta che costringe a sperimentare e ad ascoltare le inaspettate lingue del mondo che gli risuonano accanto, quasi come musica.

Di annusare quegli odori inebrianti che solo la strada è in grado di regalare, senza chiedere nulla in cambio.

Mi piace pensare che la gente che viaggia non ami restare in superficie, ma senta quell’incontenibile bisogno di andare in profondità.

Di nutrirsi di quella verità che è il midollo della vita.

lungomare

Se chiudo gli occhi, riesco già a sentire l’odore inebriante della moka che esplode in quel primo caffè mattutino.

Sento il fresco della brezza marina entrare dalla mia finestra, come a volermi ricordare che un nuovo giorno è già cominciato.

Vedo lo scintillio delle prime luci che cominciano ad accendersi nel lento buio della sera. E che a breve illumineranno la notte.

Posso sentire quell’odore di vita vera che confluisce in piccole stradine di provincia, dove la gente è abituata ad aspettare che qualcosa accada. E dove anche la mia presenza diventa un evento degno di nota.

Sento nascere in me quella sensazione di sorpresa nel ritornare in luoghi che ricordavo grandi, grandissimi ma che, improvvisamente, sembrano essersi rimpiccioliti. Vedo l’azzurro del mare confondersi con un cielo limpido. E città lucenti specchiarsi, di notte, in un mare che sa tanto di piccolo lago.

Riesco ad ascoltare il “ciuf ciuf” di piccole vetture che si arrampicano come fiori su colline. Vedo me guardare fuori da quei finestrini che sembrano balconi affacciati su acqua cristallina.

Se chiudo gli occhi, vedo la gente gioire inconsapevole di quella pacifica lentezza chiamata “ozio”. Che è stata “noia” un tempo. Che è diventa “ozio creativo” dopo.  

Vedo colline brulle adornate di aridi cespugli e floride piante di fico d’india. Che sembrano colorarsi di arcobaleno. Rosso. Giallo. Verde.

Sento la gioia di camminare scalza e senza una meta.

Pregusto il sapore e il gusto pieno di quella frutta che sa, appunto, di frutta.

Sento arrivare il calore della sabbia che si appiccica ai miei piedi.

Vedo piante di gelso che spuntano ad ogni dove e piccoli paesini carichi di anima.

Guardo gli occhi della gente che sembrano parlarmi. E dirmi che, in fondo, solo chi ci ha vissuto può davvero comprendere fino in fondo quei luoghi.

Dove le case sembrano nascere su specchi di acqua cristallina. Dove la frutta diventa quel mix di ghiaccio zuccherino e succoso. E la pelle della gente sembra illuminarsi di oro e diventare seta leggera da accarezzare.

Dove il vento lieve e caldo ti scompiglia i capelli e ti entra nei polmoni.

Dove il candore della cima di un vulcano si illumina di fuochi d’artificio fatti di lava.

Dove aria, terra, fuoco e acqua diventano una sola cosa.

Dove tutto resta immobile. Giorno dopo giorno. Mese dopo mese. Anno dopo anno. 

Dove il passare del tempo sembra scandito dagli incontri, dagli arrivi e dalle partenze di persone care.

Meno un giorno alle mie ferie e, se chiudo gli occhi, sento di essere già tornata nel luogo in cui sono nata e cresciuta: il profondo Sud dell’Italia, la Calabria. La prima tappa del mio viaggio itinerante.   

Uno degli angoli più belli, autentici, stronzi e pieni di contraddizione d’Italia ma, olala’, anche la giungla che conosco meglio.