Tra me e Lei c’e’ un grande, grandissimo affetto.

E’ in fondo lo stesso sentimento che un nipote prova verso i propri nonni. Che sono, per definizione, BUONI e ACCOMODANTI. Quelli che non fanno i genitori severi.

Che non ti sgridano mai. Che ti stanno a sentire e cercano di accontentarti in tutto.

Quelli che ti coccolano. Che cercano di farti stare bene sempre. Che ti vengono incontro.

Che continuano a dirti quanto sei bella e magra, anche se per il mondo intero non sei di certo quella gran gnocca di Gisele Bundchen!

Londra e’ esattamente così’.

E’ quel luogo che mi concede l’illusoria sensazione di essere “GIUSTA”.

Sempre. In ogni circostanza.

Anche quando il mio stato d’animo, più che da donna vincente, si avvicina a quello da POVERA-DISADATTATA-SALVATEMI. E, confesso, che ultimamente mi capita anche piuttosto spesso di sentirmi così.

I miei week end londinesi sono quell’angolo di libertà tutto MIO in una vita convenzionale/normale, fatta di regole, di file al supermercato, di abbonamenti e affitti mensili, di gestione della routine, di scadenze da rispettare, di impegni e di affollatissimi mezzi pubblici.

Sono quei giorni che dedico completamente a me stessa. In cui stacco la spina dal mondo e da whatsapp.

In cui mi concedo il gusto e la meraviglia di sperimentare cose nuove. Cose belle. Che probabilmente a Roma non avrei il coraggio di fare. Ma non perché l’Italia abbia qualcosa in meno. Ma piu’  semplicemente perché c’e’ una cultura ed uno spirito diverso.

La scorsa settimana, ad esempio, uscivo di casa abbastanza divertita – con quella che per me era una banalissima bandana rossa – indossata in perfetto stile pin up anni ’50.

“Wow, una figata” – avevo pensato guardandomi allo specchio dell’ascensore, osservando quanto brava fossi stata a seguire i consigli del tutorial, visto la sera prima su youtube.  Il mio entusiasmo, neppure a dirlo, e’ durato dall’androne di casa fino alla fermata del bus, quando mi sono ritrovata improvvisamente gli occhi addosso di tutta la banchina “Circonvallazione Casilina-Incrocio Pigneto”. Come fossi una aliena.

“E per fortuna che vivo in una di quelle zone che si auto-definisce come ‘alternativa’”, avevo pensato.

Immagine

Quando il venerdi’ mi ritrovo in aeroporto, sento improvvisamente una inebriante ventata di aria fresca che mi entra dentro i polmoni e ossigena quei quattro neuroni poco reattivi che stanno in stato “catatonico”.

Poveri anche loro.

No, perché io li capisco. Giuro.

Loro ci provano ad essere efficaci ed efficienti.

Memorizzano dettagli inutili, di cose che pero’ mi interessano.

Per poi fare completa tabula rasa di nozioni utilissime di cui, evidentemente, non me ne frega una fava secca.

Che in fondo, la mia memoria selettiva dimostra quanto quei porelli ci provino a creare dei collegamenti neuronali con un certo spessore. E’ che purtroppo, e’ il contenitore a presentare grosse lacune di base.

Ecco se c’e’ una cosa che ho imparato negli ultimi anni su me stessa e’ che, tutto sommato, sono una persona

diversamente creativa.

Che applica il proprio estro in modi che potremmo definire “discutibili”. Ma così e’. Rien a faire!

Ecco che quindi, all’improvviso, su quei sedili stretti e scomodi (e di solito intorno alla fila 31… ‘tacci loro) di una nota compagnia low cost (che la pubblicità non se la meritano, almeno fin quando non cominceranno a farmi del caring…) penso gia’ a quando mi sdraierò senza pensieri su quei prati VERDISSIMI.

A quando potrò camminare scalza  senza timore perché tanto non c’e’ la minima possibilità che in mezzo a quell’erbetta curatissima ci siano oggetti dannosi.

A quando potrò mettermi seduta ad un caffè e starmene li a guardare, per ore, la gente passare. Impegnata a portare avanti la propria vita.

Quando potrò annusare, affamata, quei profumi di cucina etnica ad ogni angolo.

A quando potrò concedermi passeggiate lungo quei canali allegri. Colorati. Che emanano serenità e desiderio di vita semplice.

E quei cieli che cambiano colore ad ogni attimo. Sole, nuvola, pioggia… e così via. In quell’affascinate e imprevedibile ciclo di nubi che solo qui e’ possibile osservare.

Delle volte, quando improvvisamente arriva quel vento che ti scompiglia i capelli, penso a quando ero bambina (ovvero fino ai 16 anni…), e guardavo inebetita la mia videocassetta preferita: Mery Poppins.

Ripenso a quando lei sorvolava per la prima volta il cielo di Londra,

portandosi dietro quella forte, fortissima ventata di novità.

Sono fermamente convinta che questa citta’ sia magica.

Perche’ le sue atmosfere lo sono.

Oggi il mio Lui, in metro, mi ha detto sorridendo che “solo le persone un po’ matte si trasferiscono qui”.

Londra, in fondo, e’ come noi, cambia faccia di continuo.

Senza pudore.

E’ discontinua. E anche un po’ sgorbia delle volte. I suoi grattacieli hanno tutti stili diversi.

Ma Londra ci assomiglia.

La sua gente non e’ mai allineata. Qui le persone non si formattano a stili convenzionali e noiosi. Anche nella professionalissima city c’e’ questa ribellione tacita. Che e’ curiosità e voglia di vivere.

Attorno alle alle 5.30pm, le piste ciclabili si riempiono di white colar che corrono letteralmente via. Attraversando le vie della citta’ con le loro biciclette colorate. Riappropriandosi così, prepotentemente, delle loro esistenze.

Velocemente. Dimenticando cio’ che e’ stato per le 8 ore precedenti.

Ogni quartiere e’ diverso dall’altro. E ha qualcosa di diverso da raccontare.

Spero sempre di incontrare uno spazzacamino dalla faccia sporca di carbone. Per offrirgli una salvietta. E cominciare a cantare con lui:

“Cam caminì, cam caminì spazzacamin allegro e felice pensieri non ho;
cam caminì, cam caminì spazzacamin la sorte è con voi se la mano vi do:
chi un bacio mi dà felice sarà” 

Londra e’ quello scrigno segreto che parla della me anticonvenzionale.

Quella che indossa corone di fiori hippie, beve apple juice e mangia cupcakes pieni di burro e grassi saturi senza troppi sensi di colpa.

Quella che fotografa porte colorate ad ogni angolo. Quella che inizia ad orientarsi ma delle volte finisce per perdersi, sorridendo da sola.

La me che vorrebbe sporgersi sulle terrazze di Canary Wharf, guardare il Tamigi, e urlare a gran voce:

“Mondo, io sono qui!! Ma tu, dove cazzo sei?”

Immagine