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Ci conosciamo da qualche mese io e te.

Ma non è che ci siano mai state grandi parole tra di noi.

Ne’ tanti sorrisi. Solo lunghi e insopportabili silenzi.

Ci siamo osservati a vicenda, stando a distanza. Come chi, in fondo, si vuole studiare.

Abbiamo guardato, talvolta incuriositi, talvolta diffidenti, le diversità delle nostre vite.

Perchè volevamo forse capire chi fosse quella persona davanti a noi.

Sai, io non avevo mica capito chi eri!

Anzi, l’idea che mi ero fatta di te era tutto tranne che reale. Tutto tranne che positiva. Tutto tranne che motivata da cause razionali.

Nulla di personale, credimi, io faccio sempre così.

Conosco qualcuno, creo aspettative, impongo fastidiosissime “barriere all’ingresso” e poi, eventualmente (e solo se ne ho veramente voglia), provo a metterle da parte.

Poi mi hai chiesto di bere una birra e ho deciso di risponderti di “SI”. E non che ne avessi avuto voglia, anzi.

Ci siamo seduti a terra, l’uno di fianco all’altro, e abbiamo guardato per qualche ora il mondo da quella prospettiva “particolare” che è il marciapiede di un’isola pedonale. In un affollato venerdì sera qualsiasi.

Come due vecchi amici, come se ci conoscessimo da anni.

Sono stata in religioso silenzio, ascoltando per la prima volta il suono gentile della tua voce che raccontava di te.

Che parlava di una storia a tratti euforica. A tratti disperata. A tratti senza via d’uscita.

Come chi continua a cercare instancabilmente la festa. Anche se il tempo dei festeggiamenti è finito da un pezzo.

Mi hai parlato di una esistenza, la tua. E della sua insopportabile quotidianità.

Dei tuoi disagi ingestibili.

Del tuo passato indelebile. Scalfito nella tua testa, ma soprattutto nelle tue budella.

Di quella famiglia fardello. A cui hai smesso di chiedere aiuto tanto/troppo tempo fa.

Mi ha descritto il tuo essere ribelle ad ogni costo. Di quelle battaglie feroci verso te stesso.

Del tuo essere disilluso.

Mi hai raccontato della tua scelta volontaria di non avere sogni. E di una citta’ – Roma – che sembra bloccarti. Che non ti permette di fare progetti. E che ti immobilizza in una vita precaria.

Mi hai parlato di una metropoli che io non conosco, che sembra imporre un comunismo dell’infelicità.

Mi hai poi raccontato di tante donne e pochi sentimenti.

Di tanti incontri e di infinita solitudine.

Della difficoltà di “parlare agli altri”. E dei metodi, spesso discutibili, di combattere questa insostenibile paura del contatto umano.

Mi hai aperto una finestra sul tuo mondo, raccontandomi di te come io non sarei stata capace di fare.

Ho provato compassione, tanta, verso te e verso il tuo racconto.

Poi mi hai guardato e con coraggiosa freddezza hai aggiunto “Tu, si vede che stai bene. Che sei serena”.

Ed è in quell’attimo che avrei voluto dirti di non soffermarti solo sulle apparenze. Perche’, è impossibile giudicare e capire la vita delle persone che ci stanno accanto, senza conoscerle a fondo.

Perchè, credimi, ognuno si porta dietro le proprie paure. I propri problemi. Le proprie insoddisfazioni. A volte in silenzio. A volte nell’inquietudine.

Avrei voluto incoraggiarti a fare e a vivere la vita a braccia aperte. Senza paura.

Avrei voluto dirti questo ed altro.

Avrei voluto abbracciarti come si fa con gli amici. Non con quelli improvvisati o di circostanza.

Avrei potuto, ma poi ho fatto quello che mi riesce meglio: sono andata via!

Credimi, non dipende da te.

E’ che forse è proprio vero: quelli come me, evidentemente, scrivono meglio di come parlano. E me lo porto a casa.

Che tutto sommato c’è sempre da imparare. Anche da chi si conosce poco.