Roma, 14 Aprile 2014

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C’era un fotografo professionista davanti a me, che amoreggiava con il suo tre-piedi e la sua reflex nuova di zecca.

Aveva i capelli lunghi. E scattava foto seriamente. Delicatamente.

Come se non ci fosse un domani.

Come se tutto attorno a lui stesse per consumarsi dietro quel momento veloce. Invisibile e sfuggente.

C’ero io che inquadravo lui in quella scena surreale, e lui che a sua volta, si focalizzava su quei palazzi dalle linee morbide.

E poi c’era una signora “larga”, con una di quelle gonne a mezza gamba che fanno tanto profondo sud. Che ci osservava a tratti incuriosita, restando seduta sul cornicione di una grande fontana.

Maestosa e rotonda, proprio come lei.

C’era un signore elegante che osservava la scena, restando immobile. Seduto sul balconcino in ferro battuto della sua casa. Uno squisito palazzetto d’epoca. D’orato. Come i riflessi della sua vita.

Una cornice perfetta al suo sigaro, al suo calice di vino rosso e al suo cappello chiaro, in tinta con la giacca – azzurro pastello – che indossava con un discreto stile.

Era l’ora di pranzo e, camminando accanto a quelle finestre semi-aperte, era ancora possibile ascoltare – nel silenzio – quel rumore inconfondibile che le posate emettono quando incontrano la porcellana.

Era domenica.

E c’era una piazza quadrata. Circondata da occhi vigili, quelli di piccole statue, affacciate da cornicioni antichi. Che sembravano fissarti. Inesorabilmente.

C’erano alberi verdi altissimi e siepi rosse a contrasto.

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C’era un cielo azzurro che si ostinava a non voler lasciare il posto a nuvole scure e minacciose.

C’erano due ragazzi stretti, strettissimi nel più romantico degli abbracci. In quel sentimento autentico e vero che è lo specchio dei vent’anni.

E’ proprio vero che le persone amano, quasi sempre, avventurarsi in luoghi inesplorati per curiosità. Per estremo amore della conoscenza.

Ma conosco individui che non possono fare a meno di ritornare in quei luoghi che sono stati e restano contenitori di ricordi indelebili.

Piccoli carillon, che ci ricordano – a suon di musica – chi siamo stati.

Chi siamo.

Avete mai notato come, delle volte, anche una piccola strada può raccontare parti di vita passata?

Gli oggetti si impregnano di linfa vitale, così come un batuffolo di cotone fa con il profumo, se lo si immerge dentro.

Ci sono piccole vie in questa città che custodiscono, segretamente, notti estive che non sarebbero mai volute finire.

Che parlano del caldo confortevole di un tardo luglio di qualche anno fa.

Ci sono palazzi che hanno ascoltato le voci di mille generazioni. Che hanno guardato le stagioni passare, silenziosamente.

Che hanno visto nascere sorrisi.

E asciugato lacrime.

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Erano ormai anni che non tornavo più nella

zona Coppedè.

Un angolo di Roma, nascosto in una traversa di Viale Regina Margherita.

C’ero già stata.Tanto, troppo tempo fa.

Ricordo di una cena e di tante persone sedute attorno ad un tavolo.

Ricordo l’odore di carne fumante, cotta alla brace.

Ricordo la gioia emanata da risate sincere. E il rumore dei miei passi veloci nel silenzio della notte.

Ricordo una luna piena. Grande. Che illuminava le sagome di quei palazzi fiabeschi.

Ricordo una lunga passeggiata, a rubare gioia da quello stile inconfondibile.

A rallegrarci spensierati del nostro presente.

Erano gli anni del “che facciamo stasera?”.

Quando un “ci vediamo dopo” diventava una promessa da mantenere.

Quando ci si affacciava dal balcone del Pincio nel silenzio della notte. E tutto sembrava essere perfetto.

Quando la città che dormiva diventava solo nostra.

Quando quelle piccole luci, spiate dall’alto del Gianicolo,

diventavano grandi sogni da realizzare.

Quando la bellezza innanzi ai nostri occhi era il perfetto complemento di una giornata difficile.

Quando non desideravamo essere da nessuna altra parte se non lì.

In quel momento di infinita felicità.

Antonia