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Roma, 23 Febbraio 2014

Se vivi nel mio quartiere, stare a casa è un vero e proprio reato.

Soprattutto quando c’è il sole.

Soprattutto quando è domenica e le strade sembrano rifiorire di quell’euforia che è tipica del tempo libero.

Al Pigneto le cose non devi andartele a cercare troppo. Anzi, tipicamente accadono sotto ai tuoi occhi. In momenti che tu non avevi previsto. In luoghi assolutamente impensabili.

Ad esempio, giovedì sera – di rientro da una normalissima giornata lavorativa – mi sono ritrovata curiosa con il naso attaccato ad una vetrina. Il parrucchiere di zona aveva aperto le porte del suo studio a giovani artisti che, così, avevano trascorso tutta la serata a far conoscere la loro musica in mezzo a bigodini e tinture per capelli.

Credo di aver spiato l’incredibile scena per oltre 10 minuti, fintanto che una tipa coi capelli lunghi, rossi e boccolosi … non mi ha fatto cenno di entrare.

Questo quadrilatero di case è così: inaspettatamente creativo.

Solo poche ore fa, nel bel mezzo del mercatino mensile dell’usato ho incrociato Lei, la “Antonia” di “Tutti i santi giorni”, il penultimo film del maestro Virzì.

Chi è che, avendo guardato il film, non si è anche solo per un istante immedesimato nella coppia di Antonia e Diego, alle prese con la volgarità della periferia romana, con una gravidanza ossessivamente voluta  ma mai arrivata. Con una vita maledettamente difficile.

Mentre guardavo l’attrice perdersi tra dischi in vinile e cappotti anni ’70 ho percepito in che razza di “frullatore sociale” io mi trovi.

Un luogo estremamente eterogeneo.

Ricco di diversità.

Certo, i radical chic che per strada esclamano frasi del tipo “Sorrentino? Bè stavolta ha creato ‘il grande nulla’…” … li trovi eh! Ed è innegabile.

Ma basta saperli accuratamente evitare/studiare.

Se vivi qui, devi tenere in conto di ascoltare dialoghi telefonici che recitano “Bè sai, vorrei inserirci un artista internazionale…” magari mentre tu, dopo 11 ore fuori casa, sei dal fruttivendolo egiziano all’angolo che ricerchi l’offerta del giorno tra fottutissimi finocchi, pere e cipolle.

Vivere qui resta comunque un grande valore. Nonostante tutto.

Lo è davvero, almeno per me.

Alla mia età, vivendo e lavorando in contesti mediamente molto “stabili” e abbastanza borghesi, la naturale evoluzione della specie si muove lungo il lineare percorso di: lavoro fisso –> consolidamento relazione con storico trombo-amico (magari ex-collega) –> convivenza –> matrimonio –> mutuo a 30 anni –>figlio.

Ecco, vivere al Pigneto mi consente di sentirmi un pò meno “anomala” rispetto a questo scenario.

C’è da dire che io e il mio Lui avevamo cominciato proprio bene.

Seguivamo il ritmo. Ballavamo alla grande.

Quello che poi è accaduto, è una repentina e inattesa frenata tra lo step n^5 e quello n^6.

Ad oggi, potremmo essere definiti un bizzarro caso di “anomalia sociale”.

Ma per fortuna, nel quartiere in cui vivo, le regole sociali non esistono.

Cosa che mi fa sentire meno diversa e un po’ più “omogenea”.

Non che la nostra vita sia facile. Anzi, delle volte, quando penso alle difficoltà che gestiamo quotidianamente, sarei anche tentata di rifugiarmi nel mio letto ad una piazza e mezza con stampe psichedeliche anni ’60, a dedicarmi a quella insana attività che – in fondo – mi farebbe anche abbastanza bene: una bellla sessione di piantarello free.

Peccato aver perso ogni contatto emotivo con i miei condotti oculari.

Credo di aver completamente perso il dono della lacrima facile.

Che peccato!

ImmagineIO sto alle LACRIME come Elettra (una mia amica) sta ad uno STIPENDIO FISSO MENSILE.

C’è da dire che proprio Elettra, in questo mio studio matto della realtà che mi circonda gioca un ruolo assolutamente fondamentale.

Lei traduce in linguaggio comprensibile ciò che io osservo. E’ come se lei conoscesse un codice segreto.

Certo non ho ancora ben capito se è il mio estremo interesse a ciò che si sviluppa attorno a me a minimizzare il focus su me stessa o se, viceversa, sia il non voler pensare troppo alle mie vicende personali a farmi concentrare su altre realtà.

Diamo il giusto nome alle cose, chiamiamole pure PSICOSI.

La mia vita oggi non è semplice. Si sviluppa tra due città (tra le più belle del mondo in vero), tra due case e tra aerei prenotati con largo anticipo.

La tentazione di piangermi addosso sta sempre all’agguato.

E’ dietro l’angolo e aspetta solo un piccolo minuscolo cenno di cedimento.

D’altro canto, in soli due mesi in questo quadrilatero della Roma Centro-Orientale ho appreso nozioni inaspettate.

I miei coetanei mediamente:

  1. Non hanno un contratto. E non mi riferisco al famigerato “contratto a tempo indeterminato”. No no, ad un contratto a caso. La  maggior parte dei giovani del mio quartiere non ha mai avuto la gioia di firmare quel pezzo di carta – satollo di informazioni fronte retro.
  2. Non hanno uno stipendio fisso. E i pochi che riescono a guadagnare, parlano di paghe ridicole che si aggirano attorno ai 300 euro mensili che, per intenderci, non sono sufficienti neppure a coprire le spese di affitto in una città come Roma.
  3. Spesso a causa dei punti 1 e 2, molti miei coetanei non hanno una vita sentimentale stabile. Come si fa a  progettare una futuro di coppia nella totale incertezza degli eventi? A volte la precarietà economica diventa precarietà dei sentimenti.
  4. I miei coetanei vivono una completa sfiducia nel futuro, nella piena consapevolezza che, in fondo, nulla può cambiare. Uno stato d’animo che, alla lunga, provoca un lento e inevitabile logoramento interiore.

Elettra ha ragione: è un cane che si morde la coda.

Fino a poco tempo fa, la mia naturale reazione a realtà di questo tipo sarebbe stata la superficiale e altrettanto istintiva esclamazione “Bè, se non trovate lavoro qui, andate all’estero!”

Nice and easy vero? Manco per una cippa…

Se non hai una famiglia alle spalle che ti sostiene e se sei arrivato a 30 anni senza mai avere un introito, come fai anche solo a comprare il biglietto aereo per partire? Come fai a sostenere le spese iniziali per cominciare una nuova vita da qualche altra parte? Come fai a pianificare un budget se non hai alcuno strumento di copertura?

Semplicemente sei bloccato. Letteralmente inghiottito in una orrenda realtà senza possibilità di scampo.

Terribile.

Ed è così che quando il mio – forse inevitabile – e periodico senso di solitudine comincia a farsi sentire, quando quella lacrima sta lì lì per scendere … è proprio in quel preciso istante che mi impongo quel sano esercizio che è l’IMMEDESIMAZIONE.

Che, devo dire, mi riesce benissimo.

Con il tempo la mia capacità di accettare disuguaglianze, ingiustizie e senso di smarrimento ha toccato il minimo storico. Anche se le cose non riguardano me in prima persona.

E’ come se il mio organismo rigettasse completamente quella sensazione di immobilità che, purtroppo, è tipica della nostra società.

Ed è in queste circostanze che la mia lacrima infantile – e a questo punto insensata – sta ferma al suo posto. Non si muove.

E lo fa per una forma di rispetto. Per quelle vite così vicine e, nello stesso tempo, così lontane.

Quando la sera percorro l’isola pedonale che, dalla fermata del bus mi porta direttamente a casa, vedo i miei coetanei fissare me, la mia borsa porta-pranzo e il mio convenzionale aspetto da “mezza-fighetta” che mi porto dietro dalla nascita.

E dietro quegli sguardi che mi fissano con aria apparentemente di sufficienza, tipica dell’artistoide di elevata cultura, riesco ad intravedere quella sottile e terrificante sensazione del “beata lei!” che mi trafigge. Giuro.

Come è difficile capire fino in fondo le vite degli altri.

A volte non si possono e non si devono fare delle domande. Ci si deve affidare all’intuito. Che traduce segnali.

A volte occhi silenziosi raccontano molto più di mille parole.

Al Pigneto sto imparando a volare.

Non per volontà ma per estrema necessità.

Sto imparando a trasformare il mio “REALISMO COSMICO” in “PASSIONE”. In amore per ciò che mi circonda. Per le cose che mi succedono. Per me stessa. Per chi mi vuole bene.

Fino a poco più di un anno fa, camminavo per le vie di Roma quasi impassibile di fronte alle meraviglie che mi scorrevano di fronte.

Avevo un velo che mi copriva gli occhi.

Ed è piuttosto bizzarro che il paraocchi stia andando via solo ora, in una stanza condivisa, piuttosto che durante un intero gap year.

E’ che, spesso, quando la tua vita oscilla sei costretto a fissare i tuoi piedi bene a terra: per non perdere l’equilibrio!

Sarebbe facile cedere a quel sentimento di naturale nostalgia per una vita che, delle volte, mi sembra lontanissima (anche se so che non lo è!).

Una vita fatta di quotidiani risvegli, di colazioni con 10 pacchi di biscotti contemporaneamente aperti, di cene insieme, di week end intensi di cose fatte, di progetti quotidianamente condivisi, di corse per tornate a casa la sera dopo una lunga giornata, di una casa calda costruita a nostra immagine e somiglianza.

Tutto troppo facile. Tanto prevedibile.

Ma la felicità non è uno stato dell’individuo.

LA FELICITA’ E’ UNA LUNGA E COMPLESSA SCELTA.

Un percorso da seguire.

Negli anni, credo di essere addirittura diventata una “SVAMPITA PER NECESSITA'”.

Per rifugiarmi in mondi incantati.

Dove perfino un anello con la scritta “Love” può regalarmi un sorriso.

Un mondo in cui volare alto.

Dove ogni giorno è una conquista.

Dove ogni volo aereo è un nuovo mondo scoperto.

Dove io sono un’esploratrice coraggiosa.

Un mondo in cui avere dei sogni è un must.

E dove i desideri, con l’impegno si possono realizzare.

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Un posto privilegiato dove, osservare l’armonia esistente tra un vestito a pois e un vaso di fiori rossi e bianchi, è considerato un comportamento socialmente accettabile.

Perchè è vero, la vita è una roba estremamente difficile, ma spesso lo è molto di meno di quello che pensiamo.

Buonanotte.

Kisses

Antonia