Roma, 3 Febbraio 2014

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105 e’ il numero del bus che mi accompagna dal Pigneto (il quartiere di Roma in cui vivo) fino alla Stazione Termini, dove ogni mattina – tra uno spintone e un altro – mi infilo veloce sulla line B, direzione Laurentina, che mi accompagna direttamente in ufficio.

Un percorso, a due tappe, breve ma decisamente intenso.

A volte penso a quanto sarebbe bello far incontrare le lamentele della borgata Casilina del 105 con quelle borghesi dell’impinguinata linea B. La linea degli impegati. Dei consulenti. Dei dirigenti.

Due mondi a confronto. Due facce della stessa medaglia. Roma.

In questo mese di rientro in Italia ho capito che – in fondo – parlare di crisi in questo periodo e’ per molti una gran moda.

Ormai lo fanno veramente tutti!

Anche chi ha lavori stabili, case di proprieta’, suv, eredita’, borse Prada, scarpe rigorosamente firmate e serate a base di sushi ogni venerdi’.

Insomma, e’ come se in questo momento o ti lamenti e ti dipingi la faccia di grigio opaco, o sei fuori dal gruppo.

La societa’ sembra urlarti … NO CRISI, NO PARTY!

Che se la domenica a pranzo provi a postare il polpettone della nonna, stai certo che troverai il tipo che ti scrive “Eh almeno tu il pranzo te lo puoi permettere, mica come me…”

Insomma la verita’ e’ che, o per senso di appartenenza, o per reale necessita’ tutti si sono adattati a questa democrazia dell’infelicita’.

Il 105, in queste settimane, e’ ritornato a darmi grandi lezioni di vita.

E’ li che puoi ricostruire gli archetipi della insana psiche umana.

  • “Che non vedi che sta a piove? O volemo chiude er finestrino?”, dice quello seduto dietro schiacciato dalla massa frontale.
  • “Ma che davvero avete chiuso? Oh ma siete matti eh… che qui non se respira!!!”, ulula la fila centrale accaldata.
  • “Ma che me stai a tocca?” esclama la tipa a cui … a limite glie piacerebbe eccome essere soggetta a struscio.

Troverete anche chi se la prende col povero autista se, causa traffico, il bus si ferma qualche minuto in piu’ ad una fermata. Ma anche quello che se poco poco il bus accelera “Oh ma che stai a fa? mica stai in formula 1 eh!”

E poi il tipo che comincia ad inveire contro al malcapitato se, nelle lunghe attese nel traffico, lui di sua spontanea iniziativa non apre le porte… come se poi fosse cosi’ normale spalancare gli sportelli di un bus mentre si e’ per strada e magari piove pure, solo perche’ si sta in coda!

Trovo che poche cose siano interessanti quanto le dinamiche di gruppo. Soprattutto quando il gruppo e’ casuale e sotto stress.

Succedeva esattamente 10 giorni fa.

Fermata di Ponte Casilino.

Scendo dal bus delle 19 e 30 spintonado.

Vedo una fila lunga e ordinata.

Sono curiosa di sapere perche’ la gente staziona li. Sono giorni che osservo la coda ordinata.

Mi fermo pure io. Ho voglia di capire cosa fanno quelle persone li ogni sera.

Ho fame ma decido lo stesso di aspettare ordinatamente il mio turno.

Finalmente arrivo di fronte ad un cancello.

Mi si avvicina un tipo panza-munito sulla 30ina, mio coetaneo. Mi scruta per qualche secondo.

“Ma te sei registrata?”

“Mmm, registrata? No…. in realta…”

“Vabbe’ ho capito di che zona sei?”

“Guarda sto proprio qua vicino, ma senti…”

“Ok, dammi i documenti?”

“I documenti? Ma di che? Io non so manco che fate!!”

“Ah ma non sei in fila per la Caritas?”

“No, cioe’ non so… nel senso mi sono fermata perche’ volevo sapere che fate!”

“Ah quindi non te serve niente vero?”

“No, tranquillo”, rispondo sorridendo.

“Torno subito, aspetta un attimo” mi dice.

Non mi muovo. Sto li ferma. Nuovamente ad aspettare.

Comincio a guardarmi intorno. A mettere a posto i pezzi del puzzle.

E’ la prima volta che mi trovo in una situazione del genere.

Realizzo che la gente attorno a me non e’ quella che mi sarei immaginata di fronte ad una struttura di accoglienza per bisognosi e senza tetto.

E’ gente vestita dignitosamente. Che mantiene un certo decoro. Pulita.

Che probabilmente lavora. Ma che forse non ce la fa.

Penso che li potrei esserci anche io.

E’ gente scartata dalla ferocita’ della grande metropoli. Quella che spesso ti impone la scelta tra l’affitto e un piatto di pasta caldo. Tra un biglietto della metro e un bicchiere di latte caldo la mattina.

Non trovi piu’ soltanto il mendicante in fila alla Caritas, ne solo il povero immigrato ai margini della societa’, che ha definitivamente buttato nel cesso i sogni di una vita migliore.

La caritas mescola vite diverse. Percorsi ad ostacoli, che sembrano insormontabili. E magari lo sono davvero.

Mi viene incontro un ragazzo. Ha un accento nordico e rassicurante. E un sorriso caldo e sincero.

Mi sembra perfetto per quel luogo.

Mi da un numero di telefono da contattare, nel caso in cui avessi voluto e me la fossi sentita.

Mi dice che bastano anche solo per poche ore a settimana.

Mi fa capire che sono i piccoli gesti a volte a regalare un grande aiuto.

Mi parla della disperazione che vede ogni sera in fila di fronte a quei cancelli. Mi racconta il volto di una citta’ che non conoscevo ancora.

“Non importa quanto tempo dedichi a queste persone’, e’ la qualita’ e la passione che ci metti! Ognuno di noi fa quello che puo’ in base alle sue possibilita’. Noi gestiamo 200 coperti e altrettanti pasti caldi, sia a pranzo che a cena”

Lo scruto per un po’. Lo sto ad ascoltare perche’ sa dire cose interessanti. Giuste. Mai scontate o banali.

Non mi sembra un buonista. Fa le cose che sente. E’ evidente. Non c’e’ nulla di costruito.

Penso a come sono arrivata li. A perche’ abbia deciso di fermarmi proprio quella sera.

La situazione mi sembra a tratti surreale.

Mi da in mano un foglietto con un numero di telefono.

“Chiamaci, ti aspettiamo”.

Mi accorgo che sono li da piu’ di un’ora.

Lo saluto. Ricambio il sorriso. E vado via.

Cammino verso casa e cerco di dare un senso a quelle lunghe code di gente senza un nome, di fronte alla fermata “Ponte Casilino”.

Ripenso allo stabile sempre illuminato che pensavo fosse una fabrica.

E penso che in effetti lo e’ davvero. E’ un laboratorio di nuovi progetti. Di nuovi percorsi da disegnare.

Mi sento ancora una volta un animale da citta’.

RIESCO A DARE UN SIGNIFICATO NUOVO AD IMMAGINI NOTE.

Capisco che vivere cosi’ tra la gente. Tra tanta la vita. Tra le mille storie che mi scivolano accanto, diverse e spesso una opposta all’altro. Mi fa sentire utile. Viva.

Prendo in mano quel foglietto. Leggo ancora una volta quel numero di telefono che sembra guardarmi.

Ed e’ mentre sto per aprire l’uscio di casa che capisco quanto verita’ c’e’ in mezzo a quelle cifre banali che cominciano per 06.

Ci sono mille modi per entrare in contatto con la vera essenza di un luogo.

Ed uno di questi e’ andare lentamente. Salire in punta di piedi su quei vagoni carichi di storie diverse.

Guardare negli occhi chi ci sta accanto.

Immedesimarsi in quei vissuti che a volte si raccontano tra le cicatrici della sua gente. Ma che altre volte, invece, si tacciono. Per discrezione. Per cultura. Per necessita’.

Buona notte

Kisses

Antonia