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Tra le montagne dell’Himalaya

7 Novembre 2013

Pioveva stamattina. Mentre camminavo stordita per quelle stradine fangose, che mi portavano su’, per quelle montagne innevate.

Avevo freddo. Ma la temperatura delle mie ossa cresceva al ritmo dei miei passi.

Una piccola cordata, fatta di poche persone silenziose. Noi, un giovane inglese e la nostra guida kashmira.

Dei piccoli esploratori inesperti sul tetto del mondo.

I quasi 4000 metri di altezza mi impedivano di parlare. I respiri si facevano lunghi.

Faticavo.

Pensavo.

Mi guardavo attorno.

Osservavo The Dux sfidare le leggi della fisica, pur di cogliere quell’attimo in uno dei suoi scatti. Perche’, in fondo, non c’e’ nulla di piu’ intenso di una passione autentica.

Pensavo a come le immagini, possano talvolta essere come la musica.

Anche loro regalano emozioni.

Me ne stavo defilata. Come chi, stupidamente, si aspetta da un momento all’altro “qualcosa”. Le premesse c’erano tutte. La pioggia, la terra scivolosa e le mie scarpe che slittavano come una macchina sulla neve.

Ho rischiato una ventina di volte di schiantarmi al suolo. Ma ho inaspettatamente battuto la gravita’.

The Dux rideva, avendo capito la mia strategia per evitare l’imminente figura suina.

Sentivo forte il rumore del ruscello che mi scorreva accanto.

Vedevo gente esile trasportare a mano grossi tronchi.

C’erano donne con grandi cestini colmi sulla testa, che si muovevano con la grazia di una ballerina. Che mi ricordavano mia nonna e la mia terra.

C’erano bambini che correvano in luoghi improbabili. Si muovevano sicuri tra quella natura selvaggia. Avevano le mani sporche di fango e il sorriso candido dell’ingenuita’. Avevo paura di vedere una di quelle creature cadere giu’ per quei sentieri ripidi.

Ho visto gruppetti di donne dal capo coperto e con accette sulle spalle, alla ricerca di legno da ardere.

C’erano uomini anziani piegati dalla fatica di anni di duro lavoro. E ve ne erano poi altri che conservavano il loro fascino tra le rughe spesse dei loro volti.

C’erano giovani uomini ai bordi delle strade. Ad osservare noi. La novita’ della giornata. E ad aspettare, forse, il passare dei minuti, delle ore, dei giorni, degli anni…

C’erano famigliole raccolte attorno agli usci di casa. Avvolti in grandi mantelle di lana. Immobili.

C’e’ tanta gente su quelle montagne.

Che vive li’ da sempre.

Che solo in pochi conoscono.

Che non ha nulla, se non un fuoco acceso e una capanna di legno, completamente ricoperta di tappeti e coperte di lana. Unico riparo dal freddo.

Il “niente” e’ il “tutto” peri questa comunita’ invisibile.

Che adatta la propria vita alle stagioni. Fredde, freddissime, ghiacciate.

Che conserva il cibo. Non lo spreca. Non lo da per scontato.

Che segue i ritmi degli animali e della natura. Loro unica sussistenza.

Mi sentivo ridicola tra quelle montagne stamattina. Io e la mia vita ci sentivamo spettatori incoerenti/inopportuni.

E’ strano come le grandi meraviglie siano spesso legate ad estrema semplicita’.

C’e’ un’inaspettata bellezza tra quelle montagne isolate.

C’e’ il carisma dell’India immacolata. Quella che ti si apre improvvisamente sotto i piedi come una voragine enorme. Che ti ingoia anche se tu non vorresti. Che ti apre la porta di un mondo nuovo. Che ti invita ad entrarci, ma in punta di piedi. Che chiede silenzi e rispetto. Che chiede di non essere giudicata.

La natura mi scorreva accanto romantica stamattina e io non potevo fare a meno di guardarla.